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31/03/2015

Angelo Provenzano ''testimonial'' per gruppi di turisti americani

Da alcuni mesi il primogenito del boss corleonese Bernardo Provenzano lavora per un tour operator americano, offrendo ai gruppi in visita a Palermo la propria testimonianza quale "son of a former Mafia boss".

Sia chiaro, Angelo Provenzano è incensurato, sembra che abbia scelto di non seguire le orme del padre e di certo nessuno vuole addossargli colpe non sue.
 
Ma la nostra domanda è: che immagine della Sicilia può mai dare Angelo Provenzano? Quale valore può avere il suo punto di vista che, ne è ben consapevole lui stesso, non può che essere di parte? Il punto di vista cioé di un figlio che non ha mai rinnegato suo padre né ha mai collaborato con la giustizia per far luce su vicende ancora oscure? Perché un tour operator sceglie quale interlocutore per i propri clienti il figlio di un boss, permettendogli di veicolare una visione del mondo, della società siciliana e di Cosa Nostra che di sicuro non rende conto di tutto il sangue di cui quel padre è responsabile?
 
Si legge sul sito della OAT, il tour operator di Boston che organizza gli incontri: "Later, our group will gather for an enlightening discussion about the Sicilian Mafia (also known as Cosa Nostra) with one of the sons of a former Mafia boss": cosa mai potrà esserci di enlightening (illuminante) in quella discussione?
 
A noi sembra che questa operazione abbia come effetto, anzi come fine, la reiterazione di un pericoloso chliché che il cinema hollywoodiano ha disseminato in abbondanza e che purtroppo molti turisti stranieri vogliono vedere riconfermato durante un viaggio in Sicilia: la rappresentazione cioè del volto "umano" della mafia, privilegiando il punto di vista interno al nucleo familiare, l'affetto paterno del mafioso, le pene di un figlio che è consapevole dei crimini del proprio genitore ma che comunque "è pur sempre mio padre"... Una trovata commerciale ben confezionata per soddisfare i palati di chi la mafia la conosce solo attraverso la saga de "Il Padrino", convinti che il male della mafia si misura solo sulle sofferenze "private" che i protagonisti si infliggono a vicenda, senza nessuna considerazione della dimensione sociale e collettiva.
 
Noi preferiamo continuare a privilegiare il punto di vista di chi la mafia l'ha subita davvero, l'ha combattuta e ha pagato questo impegno con la vita. Ad esempio dando voce a i familiari di Peppino Impastato, che non ha avuto remore a rinnegare la mafia anche quando questa aveva il volto del proprio padre.

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